Evoluzione nel tempo del concetto di invecchiamento

Definire l’invecchiamento

L’età media della popolazione è aumentata notevolmente rispetto ai secoli scorsi, così come la speranza di vita: la popolazione di ultrasessantenni è costantemente in aumento e dalle statistiche dei principali indici demografici calcolati sulla popolazione residente in Italia, come ad esempio l’indice di vecchiaia  (indicatore dell’invecchiamento della popolazione), apprendiamo che il numero degli anziani è molto più alto rispetto al numero dei giovani. Comprendere il fenomeno dell’invecchiamento e la sua evoluzione nel tempo, appare dunque di fondamentale importanza.

Vediamo insieme un po’ di numeri…

Basta dare un’occhiata alle statistiche degli ultimi quindici anni per rendersi conto di come questo numero sia raddoppiato nel tempo: nel 2020, infatti, ci sono circa 178,4 anziani ogni 100 giovani contro i 137,8 del 2005. Senza contare che rispetto alla speranza di vita siamo ai primi posti in UE con 80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne e che, insieme alla Francia, deteniamo il primato per numero di ultracentenari. 

In un Paese che sta invecchiando –  le statistiche parlano chiaro –  si rende come non mai necessario comprendere cosa si intende con “invecchiamento”,  e come la definizione di questo concetto si è evoluta negli anni, per rispondere al meglio ai bisogni di una popolazione di anziani che diventa sempre più numerosa. Far fronte alle necessità della popolazione anziana non è infatti soltanto una questione di ordine morale, ma rappresenta una vera e propria sfida anche sul piano sanitario ed economico. 

Sviluppo e invecchiamento

Nell’ambito della Psicologia dell’Arco di Vita (Life Span Psychology) lo sviluppo è considerato come un processo che dura tutta la vita, dal concepimento fino alla morte: tale prospettiva, si allontana dunque da una ormai obsoleta concezione dello sviluppo secondo cui questo interessi soltanto le fasce d’età dell’infanzia e dell’adolescenza e che arrivi, dunque, a compimento con il raggiungimento dell’età adulta. In questa prospettiva, viene restituita complessità al processo dello sviluppo che non si declina soltanto in termini di crescita-maturità-decadimento ma che si esprime attraverso fasi e stadi di gran lunga più flessibili; in ciascuna fase possono presentarsi come processi congiunti momenti di crescita e declino e, inoltre, si ammette l’esistenza di una considerevole variabilità individuale. 

Evoluzione nel tempo del concetto di invecchiamento

Così come la psicologia, anche il concetto di “invecchiamento” è stato riformulato negli anni tenendo in considerazione non soltanto i fattori fisici e biomedici, ma anche cognitivi e psicosociali. 

Fino alla fine degli anni Sessanta, l’invecchiamento era inteso come un inesorabile declino ovvero un lineare, progressivo avvicinarsi alla morte. Nella loro Disengagment Theory (teoria del disimpegno), Cumming & Henry nel 1961 sostengono che un invecchiamento di successo comporti un graduale ritiro, a partire dalla mezza età, dalle attività sociali al fine di prepararsi al meglio per la morte. Questa teoria, che potremmo definire funerea a tutti gli effetti, fu accolta – a ragione –  con particolari perplessità specialmente dalla popolazione anziana.

In tutta risposta, Robert Havighurst formulò la Activity Theory (teoria dell’attività) in cui sottolineò che un invecchiamento di successo è da considerarsi tale se l’anziano è attivo e interagisce in maniera partecipativa con una rete sociale.  

Qualche anno dopo,  Rowe e Kahn (1987; 1997) hanno proposto un modello secondo cui il processo dell’invecchiamento include tre componenti: 

  1. bassa probabilità di malattia o disabilità
  2. mantenimento di funzioni fisiche e cognitive
  3. coinvolgimento attivo e partecipazione alla vita sociale e relazionale

Tale modello è stato ampiamente criticato negli anni in quanto, come sottolineano alcuni studiosi, “il più grande predittore di disabilità funzionale è l’età” (Manton et al.,  1997) e se volessimo basarci soltanto su questo modello, l’invecchiamento di un’altissima percentuale di anziani non sarebbe da considerarsi “di successo” perché “ultracentenari sani non esistono” (Andersen-Ranberg et al., 2001).

Baltes, uno dei principali studiosi dello sviluppo, ha fondato la sua teoria sul principio “guadagni-perdite” spiegando come la senilità sia caratterizzata da maggiori perdite e minori guadagni, rispetto alle altre età, e come l’anziano affronti tali perdite attingendo alle sue riserve e alle sue risorse. Baltes introduce così due concetti fondamentali nello studio dell’invecchiamento:

  •  le risorse fisiche, cognitive e le caratteristiche di personalità che la persona ha a disposizione per fronteggiare eventuali bisogni;
  •  la “riserva”, ovvero l’insieme di nozioni, competenze, conoscenze che l’individuo ha accumulato nel tempo e a cui può fare ricorso in età avanzata per riorganizzare la sua vita in caso di necessità. 

Secondo questo studioso, è fondamentale che ogni individuo si adatti ai cambiamenti che l’invecchiamento comporta e adotti strategie atte a minimizzare le perdite e  massimizzare i guadagni, al fine di condurre una vita quanto più autonoma possibile.

In anni più recenti si è compreso, insomma, che l’aumentare dell’età è un passaporto per lo sviluppo di malattie e che non necessariamente l’assenza di patologie corrisponde ad invecchiare con successo, e che, allo stesso tempo, un invecchiamento di successo è possibile anche in presenza di malattie croniche.

Per continuare la citazione riportata poco più su,

“Ultracentenari sani non esistono, ma ultracentenari autonomi sì” (Andersen-Ranberget al., 2001)

Lucia Ronga

Bibliografia: 

  1. Urtamo A, Jyväkorpi SK, Strandberg TE., (2019). Definitions of successful ageing: a brief review of a multidimensional concept. Acta Bio Med, 90(2), 359-63.
  2. Cosco T.D., Howse K., Brayne C. (2017). Healthy ageing, resilience and wellbeing. Epidemiology and Psychiatric Sciences., 26, 579–583.
  3. Rowe, J. W., & Kahn, R. L. (1997). Successful aging. The Gerontologist37(4), 433–440.
  4. Andersen-Ranberg, K., Schroll, M., & Jeune, B. (2001). Healthy centenarians do not exist, but autonomous centenarians do: a population-based study of morbidity among Danish centenarians. Journal of the American Geriatrics Society49(7), 900–908. 
  5. Baltes, P. B., Staudinger, U. M., & Lindenberger, U. (1999). Lifespan psychology: theory and application to intellectual functioning. Annual review of psychology50, 471–507. 

Sitografia

  1. https://www.tuttitalia.it/statistiche/indici-demografici-struttura-popolazione/#:~:text=Indice%20di%20vecchiaia,-Rappresenta%20il%20grado&text=%C3%88%20il%20rapporto%20percentuale%20tra,4%20anziani%20ogni%20100%20giovani.
  2. https://tg24.sky.it/economia/2019/06/20/aspettativa-vita-italia-istat#:~:text=Il%20Rapporto%20conferma%20che%20le,%2C%20una%20donna%2057%2C8.
  3. http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=72993)

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